
Nell’acuirsi del predominio (illusorio ma deleterio e micidiale) dell’Identità sull’alterità, sulla singolarità, nella forma sociale ormai mondializzata, la cui massima e ricorrente manifestazione è la guerra – il pensiero di E. Levinas continua con sempre maggiore pertinenza a interrogarci e a sfidare le ragioni, gli alibi e le scappatoie che, nella situazione odierna, rendono possibile il perdurare della buona coscienza, della coscienza pacificata.
Il problema del rapporto con l’altro è centrale e l’alterità non si esaurisce nell’alterità relativa, stabilita rispetto a ruoli, funzioni, appartenenze a determinate identità e individuati per opposizione, fino a dar luogo alla “paura dell’altro”.
Essa è inevitabile prossimità, non in senso spaziale, ma come ineludibile originaria responsabilità per altri, “intrico con altri”, inquietudine per altri, apprensione per altri, temere per altri, ma che l’appartenenza identitaria attutisce e anche trasforma in “paura dell’altro” e quindi in difesa e opposizione, fino alla guerra.
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