
Questo libro non è un catalogo della volgarità, ma una bussola per orientarsi nel territorio accidentato della lingua viva. Nasce da un’urgenza avvertita dall’Autore, fin dal 1970, frequentando la Scuola Interpreti-Traduttori di Venezia: mappare spazi fondamentali, ma trascurati, dove la lingua smette di essere ponte convenzionale e diventa muro o arma. In decenni di esperienza tra le trincee della traduzione, la pratica giornalistica e le aule di tribunali, egli ha compreso che la parola scurrile è un “sofisticato congegno di precisione” che risponde a dinamiche psicologiche e sociali profonde.
Ne consegue l’arduo intento di scardinare l’idea che il turpiloquio, la parolaccia siano semplici incidenti grammaticali, bensì, spesso sintomi di un “analfabetismo emotivo”, una scorciatoia per scaricare tensioni che non si sanno diversamente nominare e dominare, e che finiscono per alimentare veri e propri “bombardamenti verbali”.
Il turpiloquio va sottratto alla clandestinità linguistica in cui prospera, alla ipocrisia della non evidenza e la vera prevenzione consiste nel rendere visibile la causa invisibile. Se il bullismo è una Grammatica della Dominanza, la scuola deve insegnare la Grammatica della Consapevolezza. Non esiste educazione civica senza educazione linguistica, e convivenza democratica senza responsabilità semantica.
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